COMITATO PER L’UNITÀ DELLA RICERCA IN EUROPA
Napoli, Piazza Santa Maria degli Angeli, 1
«Progetti di ricerca di
eccellenza»: è la rubrica dell’art. 17 della legge 133 del 6 agosto 2008
che ha convertito in legge dello Stato lamanovra finanziaria triennale
varata dal Governo nel giugno scorso. Ci si aspetterebbe di trovare in
queste norme nuove risorse per la ricerca di base e per la ricerca
umanistica. Invece, leggendo il testo, ci si accorge che le norme
riguardano un ulteriore potenziamento dell’Istituto Italiano di
Tecnologia (IIT) di Genova al quale vengono devolute le ingenti
dotazioni finanziare della fondazione IRI. Le dotazioni patrimoniali
della Fondazione IRI che ammontavano, all’epoca della costituzione nel
2000, a 130 milioni di Euro vanno ad aggiungersi a quelle già ingenti
garantite all’IIT dall’art. 4 della Legge n. 326 del 24 novembre 2003
(50 milioni di Euro per il 2004 e poi 100 milioni di Euro all’anno fino
al 2014).
Ma tant’è, per promuovere la ricerca di eccellenza è necessario
sopprimere la Fondazione IRI e trasferire le sue dotazioni finanziarie
all’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. La norma si preoccupa
anche di specificare che i fondi trasferiti non dovranno trarre dalla
loro specifica provenienza dalla Fondazione IRI alcun vincolo di
destinazione, ma potranno essere utilizzati per il «finanziamento di
programmi per la ricerca applicata finalizzati alla realizzazione, sul
territorio nazionale, di progetti in settori tecnologici altamente
strategici e alla creazione di una rete di infrastrutture di ricerca di
alta tecnologia localizzate presso primari centri di ricerca pubblici e
privati».
Insomma quest’articolo segna il passaggio di risorse finanziarie dalla
ricerca storica sulle vicende dell’IRI e su materie
giuridico-finanziarie, economiche ed industriali, nonché dall’attività
di formazione ad elevato contenuto professionale nel settore
industriale, alla ricerca applicata. Quindi la ricerca tecnologica viene
finanziata con i fondi destinati alla ricerca storica ed economica!
La norma, inoltre, ingiustamente, giustifica la soppressione della
Fondazione IRI sostenendo che essa avrebbe esaurito le finalità
originariamente perseguite. Il tutto con un giudizio implicitamente
negativo sui sette anni di attività dell’ente. La Fondazione IRI,
secondo il testo di legge «pur avendo a disposizione ingenti risorse
pubbliche», non avrebbe fatto molto per la realizzazione dei suoi scopi.
Eppure nei sei anni di attività la Fondazione di Via Veneto ha proceduto
a catalogare e a trasferire in formato digitale l’intero Archivio
storico dell’IRI – che comprende l’Archivio generale delle pratiche
societarie, cioè l’archivio ufficiale dell’Istituto nonché il complesso
di documenti prodotti dagli uffici dell’IRI dalla costituzione nel 1933
al momento della liquidazione – mettendolo a disposizione degli studiosi
italiani e stranieri che intendano condurre ricerche sulla storia
politica, economica e industriale del nostro Paese.
Il sistema tutto italiano delle cosiddette «bad company» trova, poi, una
sua singolare applicazione anche nel caso della soppressione della
Fondazione IRI. All’Istituto Italiano di Tecnologia, infatti, andranno
solo gli assets positivi, cioè le dotazioni finanziarie dell’ente
soppresso,mentre quello che non servirebbe alla ricerca applicata, vale
a dire l’Archivio storico dell’IRI, verrà trasferito ad una società
totalmente pubblica che provvederà a conservarlo. Tale nuova società
dovrà accollarsi non solo i costi del personale ancora alle dipendenze
della Fondazione, ma anche tutti gli «altri rapporti giuridici attivi o
passivi che dovessero risultare incompatibili con le finalità o
l’organizzazione della Fondazione Istituto italiano di tecnologia».
Tutto ciò che può costituire un onere e un peso economico rimarrebbe a
carico della «bad company» controllata dallo Stato, mentre le dotazioni
finanziarie andranno all’IIT di Genova.
Quando nel giugno del 2000 si decise di passare alla definitiva
liquidazione dell’IRI, i vertici dello Stato, dal presidente della
Repubblica Carlo Azeglio Ciampi al presidente del Consiglio Giuliano
Amato, da Vincenzo Visco, allora Ministro dell’Economia, a Mario Draghi,
allora Direttore Generale del Tesoro, furono tutti concordi sulla
necessità di affidare a un’apposita fondazione il compito di promuovere
la ricerca storica sulle vicende dell’IRI, anche attraverso la gestione
del patrimonio documentario, archivistico, iconografico e culturale e
sulla necessità di promuovere «programmi ad elevato contenuto
professionale nel campo della formazione manageriale» e «progetti di
ricerca in campo economico-finanziario ed istituzionale, con
riferimento, in particolare, all’evoluzione del rapporto tra settore
pubblico e mercato». Quanto alla destinazione dell’Archivio storico
dell’IRI, non si riesce a comprendere per quale ragione un archivio di
tale importanzadebba essere affidato ad una società, sia pure totalmente
controllata dallo Stato, e non ad una Fondazione, come sarebbe
certamente più logico, magari mantenendo nel nome quantomeno il ricordo
dell’esistenza dell’IRI.
Per la sede dell’Istituto Italiano di Tecnologia è stata scelta una
città del nord, Genova. Sarebbe auspicabile che la nuova società
controllata dallo Stato o, meglio, la nuova Fondazione avesse sede in
una regione del Mezzogiorno. In quegli archivi, infatti, c’è un pezzo
della storia industriale del Mezzogiorno, a partire dall’industria
siderurgica pubblica, che tanta parte ha avuto ed ha nella storia del
Sud.
Inoltre parte dell’ingente dotazione trasferita all’IIT, avrebbe potuto
essere destinata alle fondazioni meridionali che si occupano di storia
economica.
Non vorremmo che la decisione di destinare ulteriori ingentissime
risorse finanziarie alla ricerca applicata, aggiungendole a quelle assai
rilevanti già assicurate all’IIT dalla legge istitutiva, contribuisse a
determinare la trasformazione dell’Istituto Italiano di Tecnologia da
vero e proprio centro di formazione tecnologica in un centro di
valutazione di progetti tecnologici e di distribuzione di risorse per i
centri di ricerca applicata sull’intero territorio nazionale.
Tutto questo porta a trascurare un compito fondamentale dello Stato che
è quello di conservare la memoria di una parte rilevante della storia
politica ed economica del nostro Paese rappresentata dai settant’anni di
vita e di attività dell’IRI in Italia e nel mondo.
Chissà che proprio l’esempio fornito da uomini come Alberto Beneduce e
Donato Menichella per superare la spaventosa crisi del ’29 non possa
risultare utile a coloro che oggi si apprestano ad affrontare una crisi
che si annuncia altrettanto grave.
Il segretario generale Milena
Cuccurullo
Giuseppe Comella, Luigi De Matteo,
Francesco de Notaris, Benedetto De Vivo, Domenicantonio Fausto, Paolo
Frascani, Augusto Graziani, Carlo Iannello (presidente della Fondazione
Antonio Iannello), Francesco Iannello, Annamaria Lima, Lucio Lirer, Aldo
Loris Rossi, Alberto Lucarelli, Francesco Lucarelli, Antonio Marfella,
Antonio Magliulo, Franco Ortolani, Antonio Pozzuoli, Riccardo Realfonzo
(coordinatore della rivista «Economia e politica»), Gianluigi Roggi,
Giuseppe Rolandi, Italo Talia,
Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
Associazione Nazionale Italia Nostra - Sezione di Napoli «Antonio
Iannello»
«Società di studi politici» fondata nel 1924 per ispirazione di
Benedetto Croce, abolita dal fascismo, rifondata nel 2004
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